Sydney – Day #4: Chinatown & Hard Rock Cafè

Avete presente quelle magnifiche giornate in cui ti svegli rilassato e riposato dopo aver dormito circa 8 ore comodamente, colpito da un raggio di sole che ti bussa piano piano alla finestra con quel buon profumino di brioches appena fatte e un simpatico motivetto fischiettato dagli uccellini?
Bene, io no.
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Svegliatomi dopo circa 3 ore di sonno nella solita e cupa Sydney mattutina con un terribile olezzo di calzino tedesco andato a male con contorno di crauti scaduti nel ’94 (i nostri compagni di stanza), ho subito deciso che la cosa migliore da fare era uscire…..di corsa.
Colazione con il solito Toast, a pranzo un panino e adesso…no, non fatemi pensare alla Fiesta perché qui non c’è niente da Fiesteggiare, potrei vomitare. VOGLIO UN’INSALATA!
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Lamentele parigine a parte, la mattinata è stata piuttosto soddisfacente: abbiamo iniziato con una bella conferma di prenotazione della macchina che guideremo fino alla Sunshine Coast(1200km circa da Sydney): si tratta di una Toyota Camry… non la conoscete? Beh, sicuramente conoscete Google.
Per un totale di circa 275$ possiamo tenere la macchina per 3 giorni con la Full Insurance Coverage (protezione assicurativa completa), e ovviamente la macchina la riconsegneremo in una filiale della zona in cui arriveremo…non male!
Poi è giunta la volta del conto in banca: io ero già più o meno a posto in quanto avevo già compilato le varie “scartoffie” dall’Italia, dovevo solo ritirare la carta di credito in zona Chinatown, il mio compare invece doveva fare tutto da zero.
Una volta entrati in banca (per chi fosse interessato, si trattava della CommonWealth, la più diffusa banca in Australia nonché scelta quasi obbligata per chi come noi decide di fare questa esperienza) ci siamo subito accorti che qualcosa non andava….

Avete presente le banche italiane?

Insomma, senza offesa per i banchieri, ma in Italia le banche sono tutte fatte con lo stampino, sia i commessi che gli arredamenti.
Qui invece l’arredamento è davvero molto moderno ed accogliente, moquette sul pavimento, computer a disposizione dei clienti per consultare il proprio conto online, macchinette automatiche conta monete gratuite a disposizione di tutti, persone simpatiche, cortesi ed accoglienti… insomma ci mancava soltanto che qualcuno mi chiedesse “cosa ti offro da bere?” per sentirmi quasi a casa!

Il conto corrente è stato creato ed attivato in pochi minuti, è bastato tirare fuori il passaporto e firmare elettronicamente le condizioni del contratto. Indovinate un po’? C’è un guadagno mensile (per voi) del 4% su questo tipo di conto, pertanto avere soldi all’interno vi conviene e basta!
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Poco dopo ci siamo diretti verso la filiale Commonwealth di Chinatown per ritirare la mia carta, stesso arredamento ma accoglienza ben diversa: il cassiere con cui ho parlato era un ragazzo cinese sulla trentina e mi ha subito messo a mio agio parlando in “gergo” giovanile.
Cose tipo “Hey mate, what’s up?” (ehi amico, che si dice?) e simili, poi ci siamo messi un po’ a scherzare, io gli ho detto di non fare caso alla mia foto del passaporto perché ero un bambino grasso e lui mi ha risposto “Yeeeah don’t worry maaan, you still look great”! (siii, non ti preoccupare uomoo, sei ancora bello!), davvero simpatico!
Ve la immaginate una scena così in Italia? Luogo in cui in banca vige una serietà estrema ed allo stesso tempo una freddezza indisponente.

A pranzo, giusto per evitare di mangiare qualcosa di livello “schifezza massima” (quindi fast food) abbiamo deciso di spostarci al livello “schifezze moderatamente schifose”, quindi siamo andati in un ristorante cinese limitrofo. All’interno del ristorante c’era il Wi-Fi libero, dovete ringraziare lui se oggi avete visto le altre foto pubblicate sul mio Photostream (vi ricordo che raggiungibile cliccando QUI).

Al ristorante ho mangiato per la prima volta in vita mia un biscotto della fortuna, è stato divertente scoprire che la frase scritta all’interno dello stesso faceva proprio al caso mio, ed è bastato un attimo per fare in modo che il compare di viaggio mi smontasse il momento personale di felicità e comprensione con un “massì, quella è una frase adatta a tutti…”

Vi posto la frase originale, a mio parere molto bella e giusta:

 

A gem cannot be polished without friction,
nor a man perfected without trials.

Ed anche qui è bastato un attimo per fare in modo che il compare traducesse tutt’altro:

Un diamante non può essere pulito con una frizione,
ma un uomo sarebbe perfetto con una moto da trial

Dopo pranzo abbiamo fatto un giro nella zona di Chinatown, è da lì ho capito che quello è solo il nome di un quartiere, non è il vecchio nome della città… eppure rimane piena di cinesi ovunque. Misteri.

Ironia del riso cantonese a parte, mi è piaciuta molto come zona, davvero tipica e “curata”.

 

Hard Rock Cafè

 

Dopo Chinatown è arrivato il tanto atteso momento dell’Hard Rock Cafè, posto in cui è quasi obbligatorio per me comprare la maglietta in base alla città… è una sorta di collezione, e guai a chi me ne porta una: devo essere io a comprarla.
Negozio molto carino come sempre e molti oggetti di personaggi famosi al piano superiore. Ecco qualche esempio:


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Essendo l’Hard Rock all’interno di un centro commerciale piuttosto grande, abbiamo deciso di fare un giro per i vari negozi e, camminando, ho notato un parrucchiere.
Considerando il fatto che i miei capelli erano diventati inpettinabili e che il mio inglese stava migliorando, mi sono sentito pronto per entrare a farmi tagliare i capelli.
Parrucchiere cinese (strano vero?) ma bravo, soprattutto perché scandiva bene le parole quando parlava sapendo che io ero uno straniero.
Prima di andarmene, il ragazzo (o proprietario) continuava a ripetere “Glazie, glazie mille… glazie davvelo, glazie glazie glazie, e io guardavo senza capire, sorridevo…

…poi poco dopo ho visto il conto: 45$ per uno shampoo ed un taglio, ecco perché era felice il simpaticone.

Dopo un fantastico Peppermint Mocha da Starbucks ci siamo diretti verso casa per prepararci ad uscire a cena, avevamo voglia di Giapponese stasera.

Usciti di casa alle 21:00, sapendo che il giapponese avrebbe chiuso alle 22:00, ce la siamo presa con calma e, camminando in maniera rilassata, siamo arrivati alle 21:20, ma, purtroppo, il ristorante era già chiuso. Non contenti, ci siamo messi a cercare con il navigatore un ristorante giapponese che potesse sfatare le nostre voglie ma… uno era fallito, l’altro chiuso, l’altro chiuso perché fallito, l’altro fallitamente chiuso e l’altro ancora stava per chiudere (anche se non per fallimento); così i nostri eroi si sono dovuti rassegnare a mangiare in un fast food locale a base di pollo (che non era nemmeno KFC perché era chiuso pure quello!).

Ironia dei musi gialli, una volta usciti dal fast food abbiamo svoltato in una strada incredibilmente e bastardamente piena di ristoranti giapponesi, cinesi, indiani, thai, semi-cinesi, cine-giapponesi, coreani, sud coreani, austro-ungarici, romani, greci, spartani, troiani (o troiesi, fa lo stesso) …etc etc, e tutti rigorosamente aperti, pronti a servirci e a venderci anche i loro parenti al posto del contorno in uno dei vari menù (tanto ce ne sono così tanti che non sanno più cosa fare).

Dopo le imprecazioni contro la muraglia cinese e contro il destino barbaro almeno quanto Attila, abbiamo deciso di concludere la serata in un bel locale in zona King’s Cross in cui era possibile bere cocktails (dato che non è possibile farlo ovunque qui) e godersi la vista del quartiere da una comoda terrazza al secondo piano.

Per un coca+malibù in quantità paragonabile ad un brick di Estathé ho speso quasi 8$.

 

Genitori di tutto il mondo, mandate pure qui i vostri figli, non avranno soldi sufficienti per ubriacarsi.